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mercoledì 3 febbraio 2010

Rosa Hanan, deportata ad Auschwitz, racconta la Shoah


Rosa Hanan ha vissuto l'inferno di Auschwitz, ha custodito nel cuore la memoria di quei terribili mesi che hanno segnato per sempre la sua vita. Oggi ha voluto accogliere l'invito ad incontrare un gruppo di studenti, molti dei quali già impegnati nel progetto memoria, per lasciare loro il compito di non dimenticare, di ricordare alle nuove generazioni cosa è stata la Shoah, cosa era l'universo concentrazionario. Con la forza che le viene dall'esperienza vissuta e la commozione che non può che riappropriarsi di un animo sensibile, Rosa ha ripercorso il suo passato, dai giorni felici a Rodi prima della guerra, ai primi anni di conflitto quando tutto sembrava ancora normale e sopportabile. Poi l'armistizio, l'arrivo dei tedeschi, la deportazione, il lungo viaggio in un vagone merci inconsapevole del futuro, la fame, la sete, i pianti dei bambini, l'arrivo alla "rampe", la selezione. "Un dito per indicare chi andava a morire subito e chi aveva ancora qualche speranza di vivere, a volte senza un criterio sceglievano chi dovesse andare a destra, chi a sinistra, tanti giovani forti ed abili al lavoro sono finiti subito nella camera a gas." Quindi la prigionia, il lavoro sfiancante, la ricerca di cibo, qualcosa in più da mangiare per non morire di stenti, sfidando anche la morte, di notte, per raggiungere la cucina dove una prigioniera ungherese passava di nascosto un po' di patate che si consumavano crude, con la buccia ancora sporca di terra.
Quando ormai la guerra stava finendo ed iniziò la ritirata dei tedeschi, i prigionieri furono trasferiti in campi in Germania; quattro ne passò Rosa, facendo ogni sorta di lavoro per salvarsi la vita. Alla fine, con coraggio, è riuscita a fuggire, a riconquistare la vita, la dignità, con nel cuore le immagini dell'inferno.
Oggi Rosa Hanan ha raccontato la sua storia, per la prima volta si è rivolta ad una platea di giovani che non hanno perso una sola parola. "Grazie per averci portato la Storia, grazie per essere qui" le hanno detto, le si sono stretti intorno in un abbraccio ideale, lei ha mostrato quel numero, tatuato sul braccio, marchio indelebile della più bieca e terribile follia concepita dal genere umano.

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